La Tomba del Fornaio, a Roma, Porta Maggiore – alcuni ricordi

Ho comprato dei biscotti tipo ‘Gentilini’ al supermercato, li comprava spesso mia nonna materna e forse anche quella paterna; sono biscotti della vecchia generazione, piuttosto duri, che fanno a Roma e che i romani comprano spesso. Sono di forma allungata con angoli smussati, tondeggianti e con un caratteristico sapore, penso sia di latte.

Quando li mangio mi ricordo una poesia di Trilussa che recitava ogni tanto mio padre, quando era particolarmente di buon umore e che faceva più, o meno così: “Mi ricordo spesso di quel droghiere che mescolava lo zucchero col gesso”. 🙂

Il tutto tenendo conto che mio nonno aveva avuto una panetteria a Roma, più o meno dal 1922 al 1972, ma vendeva anche granelle alimentari, biscotti, ecc.

Ricordo bene il negozio di mio nonno: era una classica bottega old-timer, con soffitto molto alto e un grosso bancone rialzato su un’alta pedana e con dietro e lungo tutte le pareti degli scaffali, penso di noce, scuri (di bella fattura), come una grossa libreria in massello.

Quando lo andavo a trovare con mio padre, mi portavo via spesso dei pacchi di biscotti ‘classici’, con confezioni tipo anni ’40’ di marche che non so se esistano tutte ancora. Li teneva esposti sullo scaffale di sinistra, in alto, entrando nella sua “bottega”, così la chiamava: come entravo nel negozio puntavo i biscotti.

La confezione di biscotti più classica erano i Maggiora che avevano una carta semi-stagnola (o con i margini di quel colore) e per il resto era rosso scura lucida. Poi c’erano i Colussi tipo i ‘Bucaneve”, ma più grossi.

Dentro le confezioni di una marca, se non ricordo male proprio i biscotti Maggiora, c’erano in omaggio delle bustine trasparenti di francobolli da collezione stranieri.

Erano biscotti classici, grossi e friabili, buoni a secco, ma nel latte si spugnano e quello era l’uso che allora facevo dei biscotti.

Dietro al bancone della drogheria c’erano due grossi contenitori per il pane e, sulla destra, vicino alla parete, c’era un varco che dava sul retrobottega, in cui si entrava scendendo un gradino dalla pedana del negozio.

Nel retrobottega, c’era sulla sinistra un lavandino e poi una stanza arredata in modo essenziale ed illuminata artificialmente; lì mio nonno, che allora aveva circa 80 anni, si riposava tra piccole comodità e la frescura che giungeva da un grosso portone che dava sul cortile del palazzo retrostante.

Negli anni “30 una panetteria era, un’attività che, quando ben gestita, poteva essere redditizia, almeno per chi era nato in una famiglia di agricoltori; mia nonna paterna era invece nata a Roma da una famiglia benestante di origine umbra.

Mio nonno lavorò fin da quando da bambino, finita la 5a elementare aveva raggiunto, dalle Marche, il padre che lavorava da tempo a Roma, quindi probabilmente a fine “800. Il padre, come molti marchigiani faceva il pane; ma è morto relativamente giovane.

Poi egli prese a fare l’importatore di cereali (dalla Turchia; così mi raccontava mia nonna) e si era così comprato una Balilla usata, che negli anni ’30 teneva appunto nell’ampio retro-bottega del suo negozio; probabilmente in tempo di guerra, essendo rimasto a Roma a lavorare, mentre la sua famiglia si era rifugiata nelle Marche, andava a lavoro in macchina: quindi quello che io vedevo come un luogo di riposo dal lavoro di un anziano panettiere era stato a lungo il box della sua elegante autovettura.

Nel centro del negozio ricordo grossi sacchi di corda scuri pieni di legumi e di riso fino in cima e dentro la classica paletta metallica concava.

Mio nonno era orgoglioso del suo lavoro e, un giorno, quando era ormai in pensione, essendo io il suo nipote più grande, mi diede un appuntamento, a cui è legato l’ultimo suo ricordo che ho (dato che mi ero trasferito a Milano e mi trovavo a Roma in vacanza) e cioè il risentimento al ritorno da una delle sue passeggiate mattutine: avevo mancato ad un appuntamento, che mi aveva dato; poi seppi che avrebbe voluto mostrarmi la “Tomba del Fornaio”; ma sebbene sollecitato da mia zia (che mi avrebbe accompagnato) ero rimasto a casa https://it.wikipedia.org/wiki/Sepolcro_di_Eurisace .

Avevo agganciato questo ricordo a Porta Pia, mentre leggo ora, da Wikipedia, che la Tomba del Fornaio si trova a Porta Maggiore. E’ un luogo particolare, noto a pochi romani e forse il simbolo di una professione, quella di mio nonno e di molti marchigiani emigrati a Roma.

Scrivendo e parlando è finito il pacco di biscotti Oswego da 250 grammi e quindi smetto anche di scrivere.

Per chi era vissuto a Roma negli anni ’20 del 900: la lettura delle poesie di Trilussa e Gioacchino Belli, le comiche di Ridolini, i locali di varietà e poi le comiche di Charlot e di Stanlio e Olio erano stati gli intrattenimenti serali più comuni.

Mio padre conosceva molte poesie di Trilussa che, nel tempo libero, leggeva da un libro che aveva nella sua libreria e che anch’io spesso leggevo con lui ridendo: vi erano descritte le storie di questi personaggi della Roma di primi ‘900, ritratti da Trilussa (Carlo Alberto Salustri) in modo ironico e sagace.